AISO

«Nell’azienda dove lavoravo c’è stata una rimodulazione delle strategie aziendali, dovuta in parte anche alla digitalizzazione di alcuni processi, dopo la quale alcune aree di mia competenza, sono state assorbite dalla dirigenza. La mia figura richiedeva un'evoluzione e io mio sono trovata in un certo senso svuotata nel ruolo che fino a quel momento avevo ricoperto. Ho cercato di cambiare posizione all’interno dell’azienda, ma le possibilità erano davvero limitate», ricorda Lucrezia Bocchi, 48 anni (foto sopra), che all’epoca ricopriva il ruolo di coordinatrice dell’ufficio customer care all’interno di una Pmi del settore medicale. «Iniziai quindi una trattativa con l’azienda per ottenere una buona uscita che mi permettesse di tornare sul mercato e avere il tempo di cercarmi una nuova occupazione.  Inutile nascondere che fu un brutto colpo», racconta. «All’inizio non l’ho presa affatto bene. Dopo 20 anni passati all’interno della stessa realtà, pensare che da lì a poco sarei stata a casa senza la certezza di trovare una nuova posizione sul mercato, mi ha disorientato. Il cambiamento non voluto crea sempre una sensazione di vuoto intorno a te, anche se poi guardandoti dentro ti rendi conto di avere delle qualità e delle competenze ancora spendibili sul mercato. Il problema è che non sai come incontrare altre realtà aziendali che in quel momento abbiano la necessità di una professionalità come la tua», continua Bocchi che dopo alcune settimane di disorientamento ebbe modo di confrontarsi con alcuni amici della sua rete professionale realizzando che in fondo il cambiamento se ben gestito e affrontato può trasformarsi in un’occasione di crescita.
«Una persona che conosco mi raccontò, infatti, che un’azienda con cui era in contatto stava attraversando una fase di ristrutturazione e  proponeva ad alcuni quadri e dirigenti l’outplacement oltre alla buona uscita. Devo confessare che non conoscevo bene questo strumento, nei confronti del quale ero anche un po’ prevenuta. Ma mi sono informata e alla fine mi sono convinta di chiedere alla mia azienda, attraverso i sindacati, se fosse possibile inserire questo percorso all’interno del pacchetto di uscita».   

Le discontinuità di carriera non sono eccezioni in un mercato che cambia

Certo affrontare il percorso di outplacement non è stato facile, ma alla fine si è rivelato vincente perché chiudersi in se stessi in questi casi non serve a nulla. Il mercato del lavoro cambia, le aziende cambiano. In questo quadro le discontinuità di carriera non sono accezioni negative ma una normalità che dobbiamo imparare a gestire nel modo corretto. E possono spingerci a investire su noi stessi colmando i gap culturali e professionali che nel tempo abbiamo accumulato perché troppo presi da ritmi di lavoro intensi.  
«Una volta metabolizzato il colpo», racconta la manager «ho ripreso a studiare inglese pianificando conversazioni settimanali con una professionista. Un progetto al quale pensavo da tempo ma che avevo sempre rimandato così come quello di approfondire le funzionalità di excel. Devo dire che l’outplacement mi ha aiutata a spostare lo sguardo dall'epilogo amaro a una prospettiva di futuro che facesse leva sulle mie potenzialità professionali e culturali. Investire su me stessa con fiducia, con progettualità», dice Bocchi. 
Anche se all’inizio del suo percorso di outplacement la ricerca di una nuova occupazione non è stata molto efficace e le risposte da parte delle aziende tardavano ad arrivare. Un iter del tutto normale considerato che «parlare di sé in modo proficuo non è così semplice come quando ti racconti a te stesso», precisa Bocchi. «Tanto che dopo poco le risposte da parte delle aziende iniziarono ad arrivare e questo mi ha dato la giusta carica per andare avanti e affinare le tecniche di approccio e di presentazione in fase di colloquio».
Utile e motivante è stata anche la possibilità di confrontarsi con altri professionisti alla ricerca di nuova occupazione, incontrati sulla strada dell’outplacement. «Il confronto con altre persone che stanno vivendo la tua stessa esperienza è fondamentale, la condivisione delle problematiche e delle sensazioni completa il tuo cammino di crescita. Se mi fossi chiusa in casa questo non sarebbe stato possibile. Ma alla base di tutto c’è l’accettazione di quello che ti è successo, nasconderlo non serve a nulla.  Per voltare pagina e ricominciare è fondamentale parlarne apertamente con gli altri: famiglia, colleghi, amici».

Se hai le competenze ma non le comunichi in modo giusto non sei efficace

Del processo di ricollocazione Bocchi ha apprezzato diversi aspetti, ma soprattutto la spinta dei professionisti che l’hanno seguita a comunicare in modo efficace se stessa, passaggio fondamentale da compiere se si vuole raggiungere l’obiettivo. «Mi hanno spronata a chiedermi in continuazione se quello che stavo dicendo al mio interlocutore venisse da lui percepito in modo corretto», afferma.  Questo non vuol dire nascondere la realtà dei fatti ma saper valorizzare al meglio le proprie potenzialità professionali senza mortificare la propria indole, sia in fase di stesura del cv sia in fase di colloquio.

Impara a conoscere e focalizzarti sulle tue qualità professionali

«Durante il percorso di outplacement, che ho seguito all’interno di una delle aziende socie di Aiso,  ho  anche imparato a  focalizzare le mie qualità professionali, cosa assolutamente non banale così come saper approcciare in modo corretto i miei contatti per avere informazioni sul mercato del lavoro che potessero essermi utili nella mia ricerca di lavoro», spiega ancora Bocchi.

Non banalizzare il networking

Già perché se sei in cerca di una nuova posizione non basta inviare cv online alle aziende. Bisogna essere proattivi e saper setacciare il mercato in modo opportuno. «Bisogna informarsi sulle aziende attraverso i giusti canali e poi contattarle in modo corretto. Nel mio caso questo approccio è stato utile per ottenere risposte. Fare networking è un’arte da imparare. Io per esempio avevo ne avevo un’idea impropria, ma poi ho capito che se ben fatto è uno strumento potentissimo». Tanto che in sei mesi Lucrezia Bocchi ha avuto modo di rimettersi in gioco in una multinazionale con un contratto a tempo determinato.