{"id":1768,"date":"2022-01-27T05:04:23","date_gmt":"2022-01-27T05:04:23","guid":{"rendered":"https:\/\/www.aiso-outplacement.it\/?p=1768"},"modified":"2022-02-02T07:09:38","modified_gmt":"2022-02-02T07:09:38","slug":"non-licenziate-ricollocate","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.aiso-outplacement.it\/?p=1768","title":{"rendered":"Non licenziate, ricollocate!"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">I dati Istat parlano chiaro. <strong>Nel 2018 si sono avute complessivamente 6.993.000 cessazioni di rapporti di lavoro<\/strong>, numero in aumento rispetto all\u2019anno precedente del 6% e le previsioni per questo anno che si avvia alla fine non sono certo positive. Un esercito di persone, di diversa et\u00e0 e professione, che ha fatto lievitare la spesa nazionale annuale per le politiche passive arrivata a 17 miliardi di euro.<strong>Avviare politiche attive serie che aiutino questi uomini e donne a trovare una nuova collocazione in tempi rapidi \u00e8 una delle urgenze del nostro Paese<\/strong>. Anche perch\u00e9 l\u00e0 dove vi si fa ricorso attraverso strumenti efficasci i risultati ci sono. A dirlo sono i numeri che hanno disegnato il profilo del mercato dell\u2019outplacement ( supporto alal ricollocazione professionale) lo scorso anno, in base ai quali sono stati supportati oltre <strong>3.000 persone, di cui 435 dirigenti, 505 quadri e 1.515 tra impiegati e operai, con <u>un tempo medio di ricollocazione \u00e8 di 6 mesi e mezzo<\/u>&nbsp;e con <\/strong><strong>percentuali di successo che arrivano all\u201985%<\/strong> , ma sfiorano il 92% nel caso dei dirigenti.<br><strong>Si ricollocano l\u201980% degli operai e degli impiegati (erano il 76% nel 2016) e il 67% dei Quadri.<\/strong> Sono per\u00f2 proprio&nbsp;le figure aziendali intermedie&nbsp;quelle che&nbsp;ritrovano lavoro nei tempi pi\u00f9 brevi, 6,1 mesi in media (erano 6,8 nel 2016), contro i 6,2 mesi degli operai e degli impiegati e i 6,9 mesi dei dirigenti. \u00abPer questo sono fermamente convinto che ricollocare sia molto meglio che licenziare\u00bb, afferma<strong> Franco Faoro<\/strong>, membro di <strong>Aiso<\/strong> e Presidente&nbsp; di <strong>S&amp;A Change<\/strong>, societ\u00e0 specializzata dal oltre 25 anni&nbsp; nei servizi di Outplacement&nbsp; e in career coaching. E non solo perch\u00e9 interrompere un rapporto di lavoro per l\u2019azienda ha un costo economico, ma anche perch\u00e9 non va dimenticato che \u00abL\u2019impresa ha anche una responsabilit\u00e0 sociale. Aspetto che i mercati finanziari tengono sempre pi\u00f9 in considerazione e &nbsp;che le imprese dovrebbero tenere presente, indipendentemente dal quadro economico in cui si trovano a operare. &nbsp;Tradotto in pratica questo significa gestire le uscite in modo pi\u00f9 efficiente\u00bb,&nbsp;dice Faoro. &nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Italia al 125\u00b0 posto nella classifica dei Paesi pi\u00f9 efficienti nelle modalit\u00e0 di licenziamento<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E su questo fronte il nostro Paese arranca. A dirlo un recente ricerca condotta dal <strong>Centro Studi ImpresaLavoro<\/strong> realizzata sulla base dei dati presenti all\u2019interno del <em>The Global Competitiveness Report 2018-2019<\/em>, pubblicato dal <strong>World Economic Forum<\/strong>, in base alla quale<strong> il nostro Paese si posiziona al 24\u00b0 posto nella graduatoria europea dell\u2019efficienza nelle modalit\u00e0 di licenziamento<\/strong> e al 125\u00b0 in quella mondiale. \u00abChi non sa licenziare &#8220;manda via&#8221;, chi lo sa fare gestisce l\u2019uscita con progetti capaci di affiancare e supportare le persone anche nella fase successiva all\u2019uscita dell\u2019azienda\u00bb, afferma Faoro. \u00abGestire in maniera consensuale il licenziamento \u00e8 infatti anche espressione di competenza professionale da parte dell\u2019 Hr manager e di maturit\u00e0 sociale da parte dell\u2019azienda\u00bb. &nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>La condivisione del progetto riduce i tempi di ricollocazione<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Senza dimenticare poi i vantaggi lato dipendente di una gestione attiva dell\u2019uscita dall\u2019azienda. \u00abSulla base della mia esperienza\u00bb, precisa Faoro \u00abe di alcune ricerche realizzate in Paesi pi\u00f9 evoluti come l\u2019Olanda, se la persona in uscita \u00e8 parte attiva del processo, condivide il progetto aziendale di uscita, alla fine trova una nuova ricollocazione sul mercato del lavoro pi\u00f9 velocemente\u00bb. Dialogando e confrontandosi apertamente con l\u2019Hr manager il lavoratore riesce infatti a capire che in un percorso di carriera maturato su un mercato del lavoro sempre pi\u00f9 liquido, le interruzioni rientrano nell\u2019ordine delle cose. Non si tratta di incompetenza professionale o di inadeguatezza personale. \u00abGuidare il lavoratore verso un nuovo iter di lavoro significa fargli capire che l\u2019azienda \u00e8 dalla sua parte anche in questa delicata fase. Riconoscere la persona, tutelarla per l\u2019impresa alla fine si traduce anche in un risparmio di tempo, denaro ed energie\u00bb, conclude Faoro.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I dati Istat parlano chiaro. Nel 2018 si sono avute complessivamente 6.993.000 cessazioni di rapporti di lavoro, numero in aumento rispetto all\u2019anno precedente del 6% e le previsioni per questo anno che si avvia alla fine non sono certo positive. 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